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30 Novembre 2012

Teatro Manzoni
Orchestra del Teatro Comunale di Bologna

Orchestra del Teatro Comunale di Bologna
Venerdì 30 novembre 2012 ore 20,30
Teatro Manzoni
Orchestra del Teatro Comunale di Bologna

L. van Beethoven
Leonore, Ouverture n.3
G.F. Händel
Concerto per quartetto e orchestra in Si bemolle maggiore "libero
adattamento dal Concerto grosso op. 6 n. 7 di G.F Händel"

(orchestrazione-elaborazione di A. Schoenberg per quartetto e orch., 1933)
J. Brahms
Sinfonia n. 1 in Do minore

direttore Michele Mariotti
Quartetto "Verdi"
violini Francesco De Angelis, Lorenzo Gentili Tedeschi
viola Roberto Tarenzi
violoncello Claudia Ravetto



MARIOTTI CON BEETHOVEN E SCHÖNBERG
Conclusa nell'auditorium Manzoni la stagione sinfonica 2012
del Comunale di Bologna

servizio di Roberta Pedrotti
BOLOGNA - Non tutti i mali vengono per nuocere, nemmeno il disprezzo senza riserve di un grande verso un altro grande. Arnold Schönberg disprezzava Händel. Rispetto alle geometrie musicali assolute di Bach la teatrale estroversione del Sassone doveva parergli ben poca cosa, tanto da fargli parlare di trivialità. Molto ci sarebbe da dire per confutare la tesi del padre della dodecafonia, ma in fin dei conti, se il recupero della produzione operistica e oratoriale händeliana negli ultimi decenni ha ben saputo ribaltare ogni (pre)giudizio negativo, quel che più conta è il risultato di questa avversione di Schönberg nei suoi confronti. Ovvero una "libera trascrizione" del Concerto grosso op.6 n.7 che appare più che altro come un'affascinante ricomposizione (e nelle intenzioni una sorta di redenzione) nella quale si compendia il rapporto fra l'alba del XX e il cuore del XVIII secolo, fra l'Avanguardia e il Classico.

Onestamente bisogna ammettere che il concerto originale non è uno dei lavori più felici usciti dalla penna dell'autore del Messiah, ma proprio per questo, forse, lo scheletro formale e le singole cellule tematiche, travolte dal radicale ripensamento schönberghiano, trovano una sorprendente, e a tratti illuminante, ridefinizione. Due secoli e mezzo di storia della musica sono condensati in un gioco di giustapposizioni e contrapposizioni fra tessere di mosaico, frammenti di mondi opposti che pure si fondono nel magistero tecnico e strumentale del secondo autore. Il concetto di Concerto grosso (in questo caso sui generis, perché Händel in realtà vi utilizzò sempre l'organico completo senza alternanza fra diversi gruppi) si rinnova in un'orchestra sinfonica novecentesca valorizzata in tutte le sue potenzialità timbriche e dalla quale emerge, quasi sopravvivenza dell'antico Concertino, un quartetto d'archi.

La peculiarità di questa riscrittura che scardina dall'interno il modello e lo plasma nuovamente fra presagi, ironie e innesti arditi nella medesima struttura, in quella forma che affascinava l'animo neoclassico e geometrico della rivoluzione degli albori del secolo scorso. Una rivoluzione che per recidere i legami con i padri e per guardare in faccia il mondo nuovo che le si parava davanti deve guardare in profondità alle proprie radici, al passato anche più remoto. Il direttore che affronti questa materia, per farla risplendere fin nelle sue pieghe più nascoste e nelle sue contraddizioni, deve unire all'assoluta padronanza tecnica la sensibilità di una mente analitica lucida e acuta, deve saper cogliere una sintesi lasciando scintillare mille antitesi, sapere ciò che vuole e saperlo ottenere. Tutte qualità che Michele Mariotti, nel concerto di chiusura della stagione sinfonica 2012 del Comunale di Bologna, ha confermato di possedere, maturando e convincendo sempre più ad ogni nuova esperienza. È il quartetto Verdi composto da Francesco De Angelis, Lorenzo Gentili-Tedeschi, Roberto Tarenzi e Claudia Ravetto a coadiuvare con la sua eccezionale qualità strumentale e artistica il podio e l'orchestra felsinea in questo pezzo centrale del programma, che s'iscrive nell'ambito del progetto multidisciplinare The Schoenberg Experience (ben ventuno le realtà non solo bolognesi che aderiscono all'iniziativa del Comune, del Comunale e dell'Arnold Schönberg Center).



La serata si era aperta con l'ouverture Leonore n.3 di Beethoven e si chiuderà con la Prima Sinfonia di Brahms. Due banchi di prova imprescindibili per l'idea tradizionale del grande direttore d'orchestra. Un'idea che risentirà di qualche pregiudizio di marca germanica che, in fin dei conti, ha ben poca ragion d'essere nel suo identificare quasi la grandezza di una bacchetta nel suo rapporto con il grande sinfonismo d'oltralpe, quasi la concertazione d'opera o un repertorio più di nicchia rappresentino il rifugio del mestiere più che dell'arte. Due pagine, fuor di luogo comune, splendide, e che possono realmente fare da cartina di tornasole per misurare il valore di un direttore, vuoi per la loro intrinseca complessità, vuoi per il peso della mitologia che si para innanzi a chiunque decida di affrontarle.

Affrontandole, Mariotti conferma lo sviluppo delle sue qualità da una base solidissima. Tecnicamente ineccepibile, indipendente da modelli di riferimento troppo evidenti ma non per questo originale a tutti i costi, coglie una tinta particolare nella Leonore, dapprima ombratile, fosca, come le brume fra rovine gotiche e sepolcri romani che a cavallo fra classicismo e romanticismo s'animavano di suggestioni fantastiche. E infatti, se il paragone non parrà irriverente per chi ad una visione titanica del sinfonismo tedesco affianchi la teorizzazione della sua lontananza e superiorità rispetto all'opera italiana, il pensiero può correre alla prima parte della sinfonia di Matilde di Shabran (diretta quest'estate da Mariotti e, guarda caso, opera semiseria che guarda alla lontana agli stessi modelli avventurosi delFidelio). Questo non vuol dire che Mariotti assimili Beethoven a Rossini, ma che non ne dimentica il contesto storico rispetto a chi tende a farne un coetaneo di Mahler e Bruckner. Questo è un Beethoven che conosce la leggerezza, sa cantare, sa illuminarsi, sa guizzare fra le dinamiche con grazia e trovare in questo la sua più autentica grandiosità, un'energia inarrestabile quanto perfettamente controllata e dosata.

Questo di Mariotti è un Beethoven che promette di approdare in futuro, al momento giusto, a un'integrale sinfonica da cui ci attendiamo grandi soddisfazioni.
Ancora legata all'ombra incombente e ingombrante del maestro di Bonn è la prima produzione di Brahms, che Mariotti pensa come un'unica arcata che non perde tensione in quell'ultimo movimento nel quale si agitano cellule beethoveniane e citazioni come trappole insidiose che potrebbero condurre l'esecuzione in un labirinto inconcludente. Ciò non avviene, le schegge della Nona intonano frazioni di un unico discorso sensato che culmina in una coda che sembra meno interminabile del solito, anche per la cura dinamica che Mariotti ha degli ultimi accordi, allargando e stringendo, alleggerendo e rinforzando con un senso di continuità che, libero da ogni pesantezza, ci conduce alla meta. Musicista prezioso e minuzioso cura il dettaglio senza perder di vista l'insieme, al cui centro si riconosce un disegno metrico sottile e imprevedibile, che pure la bacchetta fa proprio conducendolo a una cangiante continuità, affinché il reticolo di influenze e ricordi che affollavano la mente del giovane Brahms non soffochi il respiro stesso della Sinfonia, ma al contrario le permettano di affermarsi in autonomia come affiorare del nascente genio dell'autore.

Gli strumenti e le virtù del grande maestro sono le medesime qualsiasi genere o repertorio diriga e Michele Mariotti, sul podio sinfonico e di un'opera, è una delle più belle realtà di oggi, una prospettiva concreta per una bacchetta storica in un domani sempre più vicino.
Infatti il pubblico dell'Auditorium Manzoni applaude entusiasta quest'ottima chiusura di stagione sinfonica in attesa di un cartellone 2013 che si preannuncia già fra i più interessanti a livello nazionale nella ricca offerta concertistica d'alta qualità all'ombra delle due torri.

Crediti fotografici: Rocco Casaluci fotografo
Nella miniatura in alto: il maestro Michele Mariotti
In basso: l'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna


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